A favore del DDL Zan, senza esitazioni né paura

  • Inviato il: 17/05/2021
  • Da: redazione

 
 Silvia Conca*
Il Partito della Rifondazione Comunista sostiene l’approvazione del DDL Zan. Non ci può essere incipit diverso per questo scritto. Certo, il nostro sostegno è esterno alle aule parlamentari ed è un sostegno consapevole dei limiti del disegno di legge, di qualsiasi disegno di legge, perché sappiamo bene che non è facile cancellare un’oppressione radicata nei millenni, ma è un sostegno pieno e senza tentennamenti. C’è bisogno di tutelare le persone dalla violenza omolesbobitransfobiche, di riconoscere tali violenze come espressione di un sistema di dominio e chi a esse sopravvive o, tristemente, soccombe come un soggetto oppresso. C’è bisogno di parlarne nelle scuole (ne hanno bisogno soprattutto i ragazzi e le ragazze LGBTQI), di istituire un osservatorio che le monitori, di fornire strumenti concreti di autodeterminazione e autonomia a chi le subisce. C’è bisogno di una legge contro l’omolesbobitransfobia, punto. Omo-lesbo-bi-transfobia, così, per esteso, in tutte le declinazioni, non lasciando indietro questo o quel soggetto della comunità LGBTQI, senza alcuna esitazione.
Eppure l’esitazione non è estranea alla scrittura di quest’articolo. Come responsabile nazionale per le politiche LGBTQI non ho vissuto con serenità l’evoluzione della polemica nata tra il nostro segretario e Marco Rizzo. Condivido con Maurizio Acerbo l’orgoglio di far parte di un Partito che ha cercato di interpretare l’eredità dei comunisti e delle comuniste di questo paese in chiave aperta alle culture critiche e alle soggettività in lotta ai margini di quelle che il marxismo individua come questioni strutturali, pur considerando questa eredità meno lineare, più conflittuale di quanto faccia lui. Ho fatto fatica, però, a intervenire, un po’ perché sono allergica alla polemica, un po’ perché mi sento completamente estranea alla gara su chi sia più comunista. Lascio volentieri tale gara da maschi eterosessuali ai maschi eterosessuali al vertice di organizzazioni formate in massima parte da maschi eterosessuali. Al centro dell’attenzione non ci dev’essere la storia del comunismo in Italia, ma le vite delle persone LGBTQI messe a rischio dall’omolesbobitransfobia. Gli strumenti di lettura devono essere quelli della loro presa di parola, perché i comunisti e le comuniste non appartengono certo a un movimento d’opinione e non possono permettersi di esprimersi al posto di qualcuno.
Certo, Marco Rizzo non è il solo a esprimere determinate posizioni. Non mi riferisco al blog di neofascisti cattointegralisti che ha ospitato la sua intervista, ma a specifici settori del movimento LGBTQI e del movimento femminista ostili all DDL Zan. La cosa bizzarra è che di sicuro Rizzo non condivide i presupposti teorici dai quali questi settori di movimento fanno discendere la loro presa di parola, perché non è noto per la sua vicinanza al pensiero della differenza. Non è serio blaterare per anni di come il femminismo radicale divida la classe lavoratrice per poi farsi scudo della sua elaborazione, senza capirla né volerla capire, a giustificazione della propria contiguità a Pro Vita & Famiglia, cioè a Forza Nuova.
Questi anni, in cui Marco Rizzo ribadiva di non volersi occupare di altro che di conflitto capitale-lavoro e sminuiva il peso che il patriarcato ha ancora sulla vita delle donne o l’eteropatriarcato sulla vita delle persone LGBTQI, hanno visto profondi scontri nei movimenti su alcuni nodi teorici. Alcune femministe e lesbofemministe (in Italia e nel mondo) si sono arroccate attorno ad alcune battaglie: il contrasto dell’omogenitorialità maschile nel nome di un recupero essenzialista del materno; l’esclusione dagli spazi femminili delle donne transgender e, allo stesso tempo, il tentativo di inclusione in tali spazi degli uomini transgender, considerati come donne che nella transizione cercano una scorciatoia in un mondo dominato dal maschile; l’abolizionismo della prostituzione, con il conseguente rifiuto dell’elaborazione politica dei/delle sex worker per scelta. Fuori da loro si affermavano da un lato il transfemminismo queer, consolidandosi come movimento di massa capace di riempire le piazze, dall’altro la sussunzione liberal delle battaglie femministe e LGBTQI, con la sua indubbia capacità di produrre spostamenti culturali e legislativi, spesso di facciata o parziali, grazie al suo potere mediatico, economico e politico. L’arroccamento è presto diventato isolamento e ha portato ad interlocuzioni di scopo spurie con il variegato mondo della reazione: è capitato che ArciLesbica, RadFem Italia e la Libreria della Donne fossero chiamate in audizione dal Comune di Milano contro la trascrizione dei certificati di nascita dei bambini con due papà da Luigi Amicone di Comunione e Liberazione, che ArciLesbica partecipasse a dibattiti con la succitata Pro Vita & Famiglia e così via. I punti di contatto, però, non si limitano alle relazioni politiche occasionali, ma si manifestano soprattutto nelle argomentazioni portate a sostegno delle loro tesi. Un certo femminismo e un certo lesbofemminismo non hanno esitato in questi anni ad attingere da e a rinfocolare quel complesso di bufale, mistificazioni e deliri tipici della psicosi politica “antigender” portata avanti dai settori conservatori (e non solo) vaticani. Attorno al DDL Zan e a ciò che esso contiene e addirittura non contiene si sta sviluppando una vera e propria teoria del complotto, che dobbiamo affrontare come tale e senza le paure che le teorie del complotto per loro natura scatenano.
Non è facile in questo groviglio distinguere tra le questioni politiche e le loro interpretazioni strumentalmente grottesche. Le prime vanno trattate, le seconde vanno smontate senza pietà. Marco Rizzo con la superficialità delle sue imbarazzanti interviste a Pro Vita & Famiglia e a La Verità ci viene in aiuto, ci mostra con precisione come i comunisti e le comuniste non devono affrontare le questioni e ci indica esattamente quali sono le interpretazioni grottesche dalle quali stare alla larga. Il fine dev’essere quello di separare il grano dal loglio, non per “dettare la linea”, pur essendo io schierata nel dibattito e non avendo alcuna pretesa di imparzialità, ma per porsi i dubbi giusti sui quali ragionare e lasciare da parte le suggestioni mostruose o l’aura mistica che da sempre accompagna le questioni legate alla sessualità. Gli unici punti fermi che mi permetto di porre sono due: le persone LGBTQI esistono, con le loro vite, le loro esperienze, il loro posizionamento nel mondo; l’omolesbobitransfobia esiste, in tutte le sue declinazioni, sul piano materiale e su quello culturale.
Andiamo con ordine, partendo dagli elementi che effettivamente sono presenti nel DDL Zan.
Il nodo principale che porta alcune femministe e lesbofemministe alla contrarietà è uno: l’equiparazione della discriminazione basata sull’identità di genere alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sul sesso. Detto in parole povere, alcune non vogliono che la transfobia sia equiparata all’omo-lesbo-bifobia, perché ritengono potenzialmente le donne trans, alla luce della depatologizzazione di quella che un tempo si chiamava “disforia di genere” e oggi si chiama “incongruità di genere” operata dall’OMS, uomini impostori pronti a godere di quei sistemi di compensazione della disparità tra uomini e donne (“quote rosa”) o a invadere gli spazi separati (dalle gare sportive, ai bagni, alle carceri) per aggredire e stuprare o semplicemente per avere uno strumento ulteriore di oppressione patriarcale. In ballo, fuori dal DDL Zan, c’è la riforma della legge 164/82 (“Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”) nella direzione dell’autodeterminazione e della depatologizzazione, come è avvenuto in altri paesi europei, ma ci sono anche la negazione dell’esistenza della transfobia, dei percorsi di transizione non binari, della stessa identità di genere. L’inserimento della categoria delle discriminazioni in base al sesso nel disegno di legge, perché il sesso attribuito alla nascita pesa e conta, non è riuscito a placare gli animi. Io credo che fosse pensato come una mediazione per avere un consenso più ampio, visto che evidentemente il DDL Zan offre pochissimi strumenti contro la misoginia, però l’operazione politica non è riuscita, anzi, ha esacerbato la situazione. Per chi ritiene che esista solo il sesso e non esista alcuna identità di genere, l’accostamento alla pari è inaccettabile.
Ci sono molte domande da porsi su questo nodo. È possibile, partendo dai punti fermi che ci siamo dati, avere queste posizioni senza invisibilizzare le persone trans, senza trattarle come uomini in gonnella o donne con la barba, senza negare che le donne trans sono donne, che gli uomini trans sono uomini? La condizione femminile nel patriarcato, seppur intaccato dalle lotte femministe degli ultimi decenni, è così invidiabile da portare a una finta transizione da uomo a donna? E, all’inverso, davvero una finta transizione da donna a uomo è un’invidiabile scorciatoia? Pensiamo davvero che il percorso per affermare quello che si è debba essere così pesantemente sottoposto all’arbitrio di giudici, psichiatri, endocrinologi, chirurghi etc. anche se l’OMS l’ha depatologizzato? Cos’è successo alle donne nei paesi in cui la rettifica dei documenti è stata semplificata? Qual è la condizione delle persone trans e in particolare delle donne trans? Perché ancora oggi tante proletarie trans subiscono così tante discriminazioni in ingresso nel mondo del lavoro da non avere alternative alla prostituzione? Come ci spieghiamo l’incredibile incidenza di vittime di stupri, violenze, transfemminicidi in una popolazione così piccola dal punto di vista numerico? Davvero le donne trans sono il paradigma del patriarcato che invade le nostre vite, oppure si è avviato un meccanismo simile a quello che in altri ambiti individuiamo, magari con un’espressione infelice, come “guerra tra poveri”? Escluderle dal consesso delle donne ci protegge dalla violenza patriarcale, dagli stupri nei bagni pubblici o nelle carceri? La violenza che subiamo è causata semplicemente dalla forma dei nostri genitali o c’è qualcosa di più complesso?
Sono tante domande, me ne rendo conto, a cui è difficile rispondere quando si distorce la “centralità del conflitto-capitale lavoro” in un appiattimento onnicomprensivo e neutro.
C’è un altro punto controverso del DDL Zan: l’intenzione di celebrare la giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia, che cade oggi, nelle scuole, in maniera tale da contrastare il bullismo basato sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, affinché gli studenti e le studentesse LGBTQI possano rendere gli spazi scolastici che attraversano luoghi di libertà. Ovviamente per la teoria del complotto intorno al DDL Zan questa è “ideologia gender”, volta a “omosessualizzare” i ragazzi e le ragazze. Secondo Marco Rizzo, invece, l’ideologia gender” serve ad aprire nuovi spazi di mercato attraverso la “confusione sessuale” e a far comprare agli uomini creme diverse per ogni parte del corpo (la sua intervista a “La Verità” dona momenti esilaranti). A quanto pare le multinazionali ci vogliono tutti e tutte single e senza figli per farci consumare di più, ma contemporaneamente vogliono dare i figli ai gay tramite “l’utero in affitto”. Temo che il capitalismo sia più lucido di Marco Rizzo.
Permettetemi la provocazione, allora: noi siamo per l’ideologia gender, perché pensiamo che il patriarcato sia eteropatriarcato, che (come ci ha ricordato Federico Zappino intervenendo di recente sul nostro sito) abbia radici materiali e che sostenga il sistema capitalistico attraverso la divisione sessuale del lavoro. Il capitalismo è nato attorno all’eterosessualità, al dominio dell’uomo sulla donna nella famiglia. L’omolesbobitransfobia non si potrà sconfiggere fino a che l’eterosessualità sarà paradigmatica, così come non si potrà sconfiggere il capitalismo. Questo ha a che fare con le creme antirughe nella misura in cui a qualche comunista sembra normale che le donne siano sottoposte a un’industria della bellezza che da sempre lucra sulle loro insicurezze, perché la cura di sé è roba da donne per compiacere gli uomini e, si sa, i gay sono un po’ come le donne, no?
Nel frattempo andiamo a lavorare secondo un orario di lavoro che prevede l’esistenza di una casalinga che si prenda cura della riproduzione sociale. Nel frattempo il welfare, che permette l’accesso a una serie di diritti sociali, è su base familiare, in un paese che vede la presenza di famiglie di serie a e di “formazioni sociali specifiche” di serie b. Nel frattempo in ogni angolo del paese tante donne non riescono a sfuggire alle violenze domestiche perché il sistema prevede che il loro lavoro possa essere intermittente, part-time, sottopagato, visto che i loro mariti (assolutamente privi di crema antirughe) portano a casa il grosso della pagnotta. E così via, in un infinito elenco di situazioni in cui il capitalismo e l’eteropatriarcato si intrecciano.
Parlare di omolesbobitransfobia nelle scuole una volta all’anno purtroppo non intaccherà il paradigma produttivo e riproduttivo eterosessuale, né sconfiggerà il capitalismo, ma è una cosa necessaria. La crema antirughe non fa parte del DDL Zan e non trasformerà magicamente in omosessuali gli eterosessuali, quindi ci toccherà affrontare chi ci tiene a farci sapere di essere un “vero uomo” in altri modi.
Ci sono, infine, tutti gli spauracchi che vengono agitati attorno al DDL Zan senza farne parte. Genitore 1, genitore 2, la fine della festa della mamma, le atlete trans, gli ormoni ai bambini etc. C’è la gestazione per altri, questione politica importantissima, che andrebbe trattata per quello che è, una tecnica medica con conseguente attribuzione di certificato di nascita, non come uno spauracchio o una battaglia campale. Anche su questo le domande sono numerose.
Davvero la GPA strappa alle “madri biologiche” del “terzo mondo” i bambini? Cos’è la compravendita di ovociti? In quali paesi avviene e sotto quali legislazioni? Da quali paesi e a quale classe o ceto appartengono le gestanti? Le donatrici di ovociti e le gestanti si considerano lavoratrici? La GPA è sfruttamento in quanto lavoro soggetto tanto al capitalismo quanto al controllo patriarcale sul corpo delle donne o è uno sfruttamento di tipo diverso? C’è spazio per intaccare il dispositivo contrattuale e permettere alle gestanti l’autodeterminazione o il ripensamento (aborto, scelta di tenere il/la bambino/a con sé)? In che modo l’arbitrio di comuni e giudici sui certificati di nascita influisce sulla vita dei bambini e delle bambine cresciuti in famiglie omogenitoriali? Quante coppie eterosessuali ricorrono alla GPA? Che fine ha fatto il dibattito sull’adozione omogenitoriale? L’adozione internazionale è una pratica priva di contraddizioni o a volte si trasforma in uno strumento per “strappare via i bambini alle madri biologiche del terzo mondo”? Può la “retorica del dono” attorno alla proposta di legalizzazione della GPA “altruistica” prestare il fianco a tentativi di nascondere forme di GPA “commerciale” senza tutele? Potrei continuare all’infinito. In ogni caso, nessun DDL Zan impedirà di dirsi contrari alla GPA dopo aver risposto a queste domande.
Avrei potuto rispondere a ogni singolo interrogativo posto in questo articolo, ma penso che ogni presa di posizione debba avvenire a partire da un dibattito collettivo che questo articolo vuole stimolare. C’è bisogno che le compagne del PRC si confrontino su questi temi, che i/le compagni/e LGBTQI del partito si confrontino allo stesso modo. Che interloquiscano dentro e fuori i luoghi del Partito e che infine portino la loro posizione nel corpo largo di un’organizzazione a maggioranza maschile ed eterosessuale. Ripeto, queste non sono questioni d’opinione, ma questioni che riguardano la carne viva di tante persone. Un partito comunista è il luogo in cui i soggetti oppressi si organizzano per cambiare il mondo, non un piedistallo da cui blaterare. Non c’è un altro modo se non questo.
 
* Responsabile nazionale Politiche LGBTQI e Intersezionalità PRC