Quel 12 maggio 1977 a Roma, chi c’era non dimentichi.

  • Inviato il: 12/05/2021
  • Da: redazione

Stefano Galieni
Ogni tanto a chi vive a Roma, capita di passarci davanti a quella lapide sul ponte. Le sensazioni provate negli anni non solo sono rimaste le stesse ma sono divenute più forti e impellenti. In questi giorni un ragionamento viene spontaneo.
Parlo di Ponte Garibaldi, la porta che introduce a Trastevere, l’isola Tiberina da una parte, il fiume dall’altra che spesso diviene impetuoso.
Quel 12 maggio 1977 a quel ponte molti di noi non ci sono mai arrivati. Erano anni duri per scendere in piazza, il clima di violenza era diffuso: le forze di polizia e di carabinieri, spesso in assetto antisommossa e coadiuvate da agenti in borghese non si creavano problemi né con i lacrimogeni né tantomeno con le pistole, le squadracce neofasciste erano una costante, spesso coperte dalle stesse “istituzioni democratiche” e anche nel mondo dei movimenti l’idea della “violenza diffusa”, dell’autodifesa aveva permeato alcuni gruppi da tempo. Si scendeva in piazza non sapendo se si sarebbe tornati a casa sani e integri. Erano già in vigore le leggi speciali, condivise dalla quasi totalità del parlamento, era possibile, prima ancora dei decreti impositivi che in questi anni abbiamo imparato a conoscere, vietare piazze, impedire cortei, chiudere luoghi di democrazia. Soltanto una falsa coscienza può dire che l’Italia ha affrontato la “stagione degli anni di piombo” senza rinunciare alle libertà democratiche. Chi era nelle piazze in quei giorni, in quel terribile 1977 soprattutto, lo ricorda bene, qualcuno ne porta ancora le ferite indelebili nel corpo e nella mente.
Ma quel 12 maggio doveva essere un giorno di festa, un sabato che poteva spezzare il clima cupo dei mesi passati, che poteva aprire realmente alla primavera. Erano trascorsi 3 anni dalla vittoria del referendum con cui il mondo clerico fascista aveva provato ad abolire il diritto al divorzio e in Piazza Navona il Partito Radicale aveva indetto un sit in per raccogliere firme in vista di due nuovi referendum. Il primo, tradizionale cavallo di battaglia dei seguaci di Marco Pannella, mirava ad introdurre l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, il secondo, che più coinvolgeva il mondo della sinistra estrema mirava ad abrogare la cosiddetta Legge Reale in materia di Ordine Pubblico (152/75), per manifesta incostituzionalità. Si voleva eliminare l’aumento dei termini di custodia preventiva, portata a 96 ore anche senza flagranza di reato, il divieto di indossare caschi o altro strumento atto a impedire il riconoscimento del volto, la possibilità accresciuta per gli agenti delle forze dell’ordine di far uso di armi da fuoco in particolari momenti di tensione. Il referendum per l’abrogazione di tale legge, che all’atto dell’approvazione era stata considerata in un ampio spazio delle forze democratiche, una pericolosa forzatura, venne ritenuto nel 1977 eversivo. Da giornalisti vicini all’allora PCI si giunse a dire che la sua eliminazione si sarebbe tradotta in un favore a fascisti, mafiosi e brigatisti. Il referendum si tenne un anno dopo i tragici avvenimenti del 12 maggio e portò ad una vittoria schiacciante del no all’abrogazione. Dominava la paura.
Ma torniamo a quel pomeriggio primaverile. C’erano agenti di polizia dappertutto – venimmo poi a sapere che erano oltre 5000, questo perché l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, dopo l’omicidio avvenuto il 21 aprile dell’agente di polizia Settimio Passamonti, durante gli scontri che seguirono lo sgombero dell’Università La Sapienza di Roma, aveva vietato manifestazioni in tutto il Lazio dichiarando: «Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana». I radicali decisero di ignorare il divieto, fummo in tante e tanti ad unirci a loro per un obiettivo concreto, come il referendum sulla legge Reale, che per uno indiretto, riprenderci il diritto a manifestare. Sin dal primo pomeriggio si capì che Piazza Navona sarebbe stata per noi terreno di scontro. Non volevamo restare lì e provammo a muoverci verso Campo Dè Fiori, dove partirono le prime violente cariche. Ci dividemmo e cercammo più volte di ricompattarci, gruppi sparsi e affatto ben organizzati che pensavano, in quel momento, soprattutto a salvarsi e a salvare gli altri. Furono erette barricate con quello che si poteva, mentre le forze di polizia aumentavano sempre di più ed entravano in ogni varco. Fughe e lacrimogeni, fughe e lacrimogeni e poi quel rumore di spari indimenticabile, diverso, funesto, con cui già da mesi avevamo imparato a far i conti. Quando il suono dei colpi cambiava – era divenuto quasi scontato in piazza – e si faceva non solo più vicino ma si riusciva a intravvedere la posizione di chi sparava e soprattutto a quale altezza, capivamo che c’erano due sole vie di scampo: la fuga, col rischio che a qualche agente “zelante ma maldestro”, inciampando, partisse “inavvertitamente un colpo”, oppure la scelta che oggi appare folle ma che allora sembrava scontata, di rispondere colpo su colpo. Eravamo in tante e tanti a sentirci in guerra, un conflitto si asimmetrico ma non come raccontano storpiando il senso delle cose, molti opinionisti d’oggi. Le organizzazioni armate hanno ucciso spesso persone inermi e questo nessuno può negarlo, ma i livelli di repressione poliziesca, che godevano di ampio consenso politico e sociale, portarono anch’essi a vittime, ad abusi, fino alle torture. Quando sono state forze dello Stato a comminare ed eseguire la pena capitale, a violare la legalità invocata, ogni margine di dialogo si è chiuso. Ed è accaduto anche in futuro.
Giorgiana Masi aveva 19 anni, era su Ponte Garibaldi come tante e tanti che erano riusciti ad attraversare il Tevere. Venne colpita mentre correva, disarmata, con due colpi all’addome, intorno alle 20.00. «Sembrò inciampare – raccontarono i testimoni – ma non si rialzò mai più».
La notizia della sua morte ci raggiunse in molti quando eravamo già tornati a casa. Mentre dalla Rai si parlò di una morte causata dai colpi sparati dagli estremisti, le radio di movimento già portavano testimonianze inoppugnabili. Giorgiana era stata ammazzata da un agente in borghese. Più tardi giunsero le foto di Tano D’Amico, con i “falsi autonomi” che sparavano ad altezza d’uomo da dietro le camionette della polizia, più tardi giunsero le prove che, nonostante il colpevole silenzio di tutte le forze politiche, se si eccettuano quelle della Nuova Sinistra e del Partito Radicale, ebbe l’ardire di contraddire il ministro dell’Interno, poi presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Tanti anni dopo, lo stesso presidente reiterò più volte con messaggi inquietanti una frase sibillina: «Siamo in 5 a sapere chi ha ucciso quella ragazza ma io non dirò mai chi».
Questo era lo stato della democrazia in Italia in quegli anni, tanto è che l’inchiesta venne chiusa poco tempo dopo come “omicidio a carico di ignoti”.
Nessuno ha pagato per la morte di Giorgiana Masi come nessuno ha scontato un giorno di carcere né visto un’aula di tribunale per l’omicidio avvenuto due mesi prima, l’11 marzo dello studente Francesco Lorusso a Bologna.
Chi oggi chiede la verità su quegli anni, anche se per alcune vicende è stata pienamente raccontata, dovrebbe chiederla anche per Giorgiana, Francesco e tanti altri morti in piazza per cui non si è mai cercato di fare giustizia realmente. O fa ancora paura dover ammettere che in Italia per alcuni anni si è vissuto in condizioni di eccezione che ogni tanto riemergono e di cui non si può quasi fare menzione?
Chi scrive quelle piazze e quella violenza istituzionale se la ricorda bene. La ricorda non certo con rimpianto e ricorda come furono anche tali fatti a determinare per alcuni, scelte sbagliate ed irreversibili.
Tutto rimosso?
Per chi non c’era vale la pena, passando da Roma, leggere la scritta sulla targa affissa sul ponte: “Se la rivoluzione di Ottobre fosse stata di Maggio / se tu vivessi ancora /
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio /se la mia penna fosse un’arma vincente / se la mia paura esplodesse nelle piazze /coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola /se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza /se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita nella nostra morte / almeno diventassero ghirlande nella lotta di noi tutte donne / se…non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita / ma la vita stessa, senza aggiungere altro.”