Il lungo autunno della classe operaia italiana

  • Inviato il: 22/11/2019
  • Da: redazione

Segnaliamo che sul sito della fondazione Feltrinelli è disponibile il libro di Sergio Bologna Il “lungo autunno”: le lotte operaie degli anni settanta. La rimozione dell’autunno caldo 1969 della classe operaia italiana rientra nel clima di restaurazione che vive da troppo tempo il nostro paese che si polarizza tra opzioni politiche e culturali che non prevedono o apertamente osteggiano l’azione collettiva e autonoma delle classi lavoratrici. Pubblichiamo un estratto.
Dopo l’autunno caldo: le condizioni di lavoro in fabbrica
È opportuno seguire il filone della soggettività operaia, per capire meglio quel che succede in fabbrica dopo l’autunno caldo, la costituzione dei Consigli e l’elezione dei delegati. Con tutti i suoi limiti, era in atto una rivoluzione nella mentalità della massa operaia, che seguiva un suo percorso indipendente dalle strategie sindacali. Coglierne le caratteristiche richiede un’indagine a livello di base. Nel 1972 la Fiom lancia un’inchiesta tra i delegati, pubblicata nel ’74 con prefazione di Bruno Trentin. Che bilancio traggono i delegati dei primi due anni successivi all’autunno caldo?
Nella Prefazione, Trentin non usa mezzi termini: “Non siamo quindi solo di fronte alla crisi del padronato e dell’imprenditorialità italiani, ma a tutta una crisi politica, alla volontà o all’incapacità politiche di non tentare almeno un confronto [il corsivo è mio, N.d.A.] e un rapporto nuovo, che non sia quello subordinato, coi lavoratori e col movimento operaio”.
Sarà il leitmotiv del sindacato negli anni successivi: la controparte non vuole prendere atto del cambiamento dei rapporti di forza. Per gli operai intervistati l’unico cambiamento sta nel minore potere dei capi. Il punto dolente è invece rappresentato dalle condizioni ambientali. La risposta dei delegati al questionario Fiom si può riassumere così: è cambiato qualcosa, soprattutto nel rapporto coi capi, ma non sono cambiati né l’intensità dello sfruttamento né l’ambiente di lavoro. E questo spiega perché la conflittualità comincia a diventare permanente, gli accordi conclusi sono numerosissimi, ma dal mettere una firma al mettere in pratica il pattuito ce ne corre.
La lotta contrattuale del 1973: l’autunno caldo non si ripete
Il rinnovo contrattuale del 1973 sarà durissimo. Confindustria non è disponibile alla trattativa. Il 6 marzo firma l’Intersind, il 29 marzo avviene l’inaspettato: alla Fiat gli operai occupano la fabbrica. È un’azione condotta dai delegati più combattivi, alcuni legati a Lotta continua, che rimette in discussione clamorosamente il controllo della massa da parte del sindacato. Il 3 aprile Federmeccanica cede, si firma un accordo insoddisfacente per gli operai, ma si firma. Se si guarda alla cronaca quotidiana del 1972-73 è davvero impressionante la vastità del movimento di sciopero. Tutto il lavoro dipendente è in ebollizione. Ma se questo sguardo d’insieme può dare l’impressione di un’affermazione sindacale incontrastata, tale impressione si ridimensiona se entriamo nei reparti.
La rappresentazione di quel periodo come l’inizio di una fase in cui gli operai erano padroni delle fabbriche e il sindacato aveva un potere eccessivo è una rappresentazione falsa. Le aziende non volevano riconoscere le conquiste del ’69-70 e la conflittualità per lo più era – e sarebbe stata per tutto il decennio – determinata dalla necessità di ricorrere allo sciopero per far rispettare gli accordi presi. Il contratto del ’73 viene ricordato per la conquista del diritto allo studio, le cosiddette “150 ore”. Sull’organizzazione del lavoro, quindi sui tempi, i ritmi, si era rimasti indietro ma gli operai volevano davvero un miglioramento sostanziale su questo terreno e continuarono a perseguirlo per tutti gli anni settanta, sfogando spesso contro impiegati e dirigenti la loro rabbia. Sta qui, a mio avviso, una delle cause del lungo autunno. L’immagine dunque di una classe operaia che commette soprusi non contenta di quello che ha ottenuto, è un’immagine distorta. Gli aumenti salariali ottenuti erano spesso erosi dalle ore di sciopero necessarie a ottenerli e dall’inflazione. Era sempre più difficile trovare persone disposte a fare il delegato, il turnover dei delegati era altissimo, lo stesso Consiglio di fabbrica era sempre più controllato dall’esecutivo, a sua volta controllato dal sindacato provinciale.
Le lotte operaie conquistano settori della borghesia
Molte categorie professionali furono attraversate da una serie di stimoli provenienti dalle fabbriche, che innescarono al loro interno una dinamica di contestazione di istituzioni e stili deontologici. In particolare gli insegnanti, chiamati in causa dalle “150 ore”, una conquista che ha permesso a migliaia di operaie e operai di assolvere la scuola dell’obbligo e di continuare una formazione politico-culturale iniziata in fabbrica. I medici, coinvolti nelle vertenze sulla nocività in sostituzione dei medici aziendali, disposti a sacrificare le loro ambizioni di carriera e le prospettive economiche per diventare medici al servizio degli operai, dentro e fuori l’istituzione ospedaliera. I magistrati, in particolare del lavoro, gli architetti, gli urbanisti, e poi tanti esponenti di discipline scientifiche, nella chimica, nella meccanica, per non parlare degli operatori del sistema d’informazione giornalistica e audiovisiva. Era nato il quotidiano “il Manifesto” che, al di là di rappresentare una ben definita linea politica (“quotidiano comunista”) simboleggiava un modo nuovo di fare informazione “su mandato della classe operaia” e rilanciava il giornalismo investigativo. Gli avvocati, nasce in quel periodo sulla base dei diritti riconosciuti dallo Statuto dei Lavoratori una nuova generazione che nelle aule dei tribunali assume la difesa della classe operaia.
Non si è finora scritta una storia dell’innovazione all’interno delle professioni. La sensazione che provava lo strato dei militanti di fabbrica che aveva dato luogo al movimento dei delegati era di aver guadagnato alla propria causa degli alleati tra la borghesia, tra il ceto medio colto e tra le professioni liberali, di essere quindi più forti nella società, di poter contare su una maggiore comprensione nell’opinione pubblica e di poter sfondare prima o dopo la resistenza del padronato in fabbrica. Il lungo autunno nasce anche da questa convinzione.
La crisi petrolifera e la variabile monetaria
Il ciclo iniziato nel ’68 si chiude per un evento esterno: la crisi petrolifera. Le conseguenze in fabbrica sono pesanti, la crisi energetica rimette gli operai sulla difensiva. All’attacco non torneranno più, salvo incursioni vincenti in territori come l’ambiente e la nocività. Il capitalismo italiano comincia a delineare una strategia d’uscita dall’impasse in cui le lotte avevano cacciato il fronte padronale. Qualcuno capì che si doveva ragionare sul lungo periodo senza poter fare affidamento né sul governo né sulla Democrazia cristiana. L’istituzione alla quale si aggrappò il capitale italiano più avveduto sino a farne il riferimento della sua rivincita morale fu la Banca d’Italia. In un contesto nel quale il principio di autorità era stato scosso dalle fondamenta, alla Banca d’Italia fu assegnato il ruolo di restaurare questo principio.
Nasce in quegli anni il mito dell’autonomia della Banca d’Italia, il suo governatore Guido Carli diventa una figura di grande prestigio, che lo porterà alla presidenza di Confindustria.20 Ma occorreva anche una larga opera di educazione per riportare gli italiani a credere nell’economia di mercato come regno della ragione. Un’azione culturale nella quale s’iscrive, nel 1974 la costituzione della Luiss, luogo di alta formazione, e nel 1976 la fondazione del quotidiano “la Repubblica”. Si doveva formare un nuovo senso comune nell’opinione pubblica, si doveva in particolare convertire intellettualmente il gruppo dirigente del Pci alla religione delle compatibilità, spronandolo a esercitare tutta la sua influenza per riportare la Cgil a una linea di collaborazione con l’impresa e il governo. I vincoli monetari si affermano come il più potente strumento di limitazione della sovranità della politica. La traduzione in termini di governo è la politica dei redditi, che fissa i parametri delle politiche distributive, quindi delle rivendicazioni salariali, quindi del controllo della politica sui sindacati.
Ma una cosa è aver ritrovato una linea di condotta, un abbozzo di strategia, altra cosa è riprendere il controllo della situazione. La spinta operaia continuò a esercitare pressione e il padronato non seppe riacquistare il controllo della situazione nelle grandi fabbriche anzi, in certe sue componenti fu colto da una specie di cupio dissolvi che condusse alla liquidazione di grandi imprese e d’interi settori produttivi con la complicità di una parte del ceto politico, dei corpi dello Stato e del sistema bancario. La classe operaia venne messa sulla difensiva, ma non per questo ridotta all’impotenza. Le situazioni erano molto differenziate. L’industria dell’auto e il suo indotto furono i settori dove la crisi petrolifera ebbe anche un grande impatto, a subirne le conseguenze più pesanti fu però l’industria chimica di base, che utilizzava il greggio come materia prima e che vide schizzare in aria i suoi costi a un livello tale che numerosi impianti, specialmente nel Mezzogiorno, furono messi fuori mercato.
Il diritto allo studio
Questa violenta rottura del ciclo, che sembra aver messo in ginocchio ambedue i contendenti, classe operaia e capitale, non impedì l’avvio di una nuova dinamica nel processo di emancipazione degli operai di fabbrica, lungo una linea di civilizzazione che non può essere ignorata. È l’effetto dell’accordo sindacale sul “diritto allo studio” il fattore più importante. In pratica veniva data la possibilità ai dipendenti di frequentare un certo numero di ore di insegnamento pagate. Per la grande maggioranza degli operai comuni questa fu l’occasione per avere la quinta elementare o la licenza media.
La categoria degli insegnanti si sentì investita di un problema complesso: trovare un linguaggio adatto a persone che avevano interrotto prematuramente il percorso di studi, che erano diventate adulte, che avevano la fabbrica come punto di riferimento per i loro parametri mentali. Gli insegnanti più sensibili avvertirono la sfida che questa situazione poneva al loro dettato deontologico. Furono creati strumenti didattici più agili dei libri di testo normalmente adottati. Il segno che il diritto allo studio, le cosiddette “150 ore”, lasciò nella soggettività di tanti operai comuni fu rilevante ed il bilancio di quella esperienza uno dei più positivi del tormentato decennio.

 
 
 

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